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come siamo finiti nella fossa

Page history last edited by Antonio Balderi 16 years, 11 months ago

come siamo finiti nella fossa

L’economia mondiale ha deragliato perché da oltre un ven-

tennio è guidata da piloti in stato di ebbrezza. L’ubriacatura

neoliberista: niente Stato, il mercato totalmente libero di se-

guire l’istinto predatorio. Alla fine l’auto ha sbandato, è finita

fuori strada ed è rotolata giù per la scarpata. Ma era prevedi-

bile: quando si guida in maniera spericolata l’incidente è ine-

vitabile.

I giornali hanno imputato la crisi a scelte bancarie azzardate,

ma questa è solo l’ultima parte della storia. Se vogliamo ca-

pire cosa è successo dobbiamo ripartire dalla globalizzazione.

Siamo a fine anni Ottanta, le multinazionali scalpitano per

uscire dai confini nazionali, rivendicano la possibilità di poter

collocare i loro prodotti da un capo all’altro del mondo senza

vincoli di sorta. Tramano, brigano, sbraitano, e ce la fanno a

raggiungere il loro obiettivo, ma poi scoprono che il grande

mercato mondiale non esiste: solo il 30-35% della popolazione

terrestre ha i soldi in tasca per assorbire i loro prodotti, tutti gli

altri sono inutile zavorra. Finisce che tante imprese cercano di

contendersi pochi clienti, si lanciano in una concorrenza fero-

ce basata anche sulla riduzione dei prezzi. Alle imprese interes-

sa il profitto, se sono costrette a ridurre i prezzi si ingegnano

per ridurre anche i costi, così il lavoro finisce sotto attacco. Nei

settori ad alta tecnologia la strategia prescelta è l’automazione,

negli altri settori si opta per il trasferimento della produzione

nei Paesi a bassi salari. Emerge un nuovo mondo contrassegna-

to da un Sud affollato da lavoratori in semischiavitù e un Nord

con un crescendo di disoccupati e lavoratori precari malpa-

gati. Il risultato è una classe lavoratrice mondiale più povera,

ma i padroni si fregano le mani: dal 2001 al 2005 la quota di

ricchezza mondiale finita ai profitti è cresciuta dell’8%. Il che

ha due conseguenze. Prima di tutto l’esplosione della finanza,

un effetto dovuto alla sfiducia dei capitalisti nella capacità di

vendita del sistema. Il loro ragionamento è semplice: quando

la massa salariale scende, le prospettive di vendita si riducono

e diventa inutile investire in nuove attività produttive. Meglio

buttarsi nella speculazione, l’arricchimento tramite l’azzardo,

la compravendita di immobili e titoli, non importa se veri o

fasulli. L’importante è stare al tavolo del gioco, portare a casa

soldi ad ogni puntata. Poi si vedrà.

La seconda conseguenza è l’esplosione del debito: quando le

buste paga si fanno leggere, il rischio è che non si chiuda più il

cerchio fra ciò che si produce e ciò che si vende. Per ritrovare

stabilità servirebbe una più equa distribuzione della ricchezza,

ma al sistema questa prospettiva non piace: finché può, rinvia

la decisione con rimedi tampone, cerca la quadratura del cer-

chio nell’indebitamento. A ogni angolo di strada banche, isti-

tuti finanziari, concessionarie, supermercati, pronti a offrire a

poveri e meno poveri, mutui, acquisti a rate, prestiti al consu-

mo: il sogno di una vita al di sopra delle proprie possibilità a

portata di mano. Ovunque le famiglie hanno abboccato.

In Italia nel 2008 il debito totale delle famiglie corrispondeva

al 70% delle loro entrate annuali, qualcosa come 16.000 euro

a nucleo. Tuttavia il Paese dove le famiglie si sono inguaiate di

più sono gli Stati Uniti, l’attrattiva è stata l’acquisto della casa.

Nell’euforia degli affari sono stati offerti mutui anche a fami-

glie economicamente deboli, mutui inaffidabili presi a base

di complesse attività speculative che hanno coinvolto banche,

assicurazioni, fondi d’investimento, fondi pensione. Tutto è fi-

lato liscio finché i tassi di interesse sono rimasti bassi, le case

hanno continuato a rivalutarsi, ma quando c’è stata l’inver-

sione di tendenza, molte famiglie non ce l’hanno più fatta e

l’intero castello è crollato. Sono cominciati i primi fallimenti

bancari, più nessuno si è fidato dell’altro, l’intera attività cre-

ditizia si è paralizzata per mancanza di fiducia reciproca, ban-

che ed imprese hanno cominciato ad annaspare per mancanza

di fondi. In fondo la finanza è più psicologia che scienza.

Col manifestarsi della crisi finanziaria, anche il marcio di fon-

do è venuto a galla: intere economie si sono inceppate per l’in-

capacità dei consumi di assorbire la produzione. A fine 2008

il sistema ha dovuto ammettere lo stato di crisi ed ha chiesto

ai governi, gli unici con carroattrezzi adeguati, di interveni-

re. Con un unico obiettivo: tirare l’auto fuori dalla scarpata e

rimetterla in condizione di riprendere la sua corsa. Per risol-

levare banche e imprese sono stati stanziati miliardi di euro, a

forza di strattoni, probabilmente l’auto verrà tirata su e sarà

rimessa in carreggiata. Ma ci sono forti dubbi che possa ri-

prendere a correre perché nel frattempo anche la strada si è

gravemente danneggiata: a forza di passarci si sono formate

buche ovunque, in molti punti il ciglio è franato, se l’auto pre-

tende di correre si fracasserà. L’unica possibilità è rallentare,

dotare l’auto di ammortizzatori più solidi, mettere alla guida

un autista più prudente. Fuor di metafora, le risorse si stan-

no assottigliando, il clima sta impazzendo, le tensioni sociali

si stanno aggravando. Per evitare il tracollo dovremo passare

dall’economia della crescita, all’economia del limite, dall’eco-

nomia del cowboy all’economia dell’austronauta, ma anche

dall’economia della precarietà all’economia della sicurezza,

dall’economia dell’avidità all’economia dei diritti. Potrem-

mo chiamarla economia del benvivere o economia del rispetto,

un’economia equa, sostenibile e solidale, capace di garantire a

tutti un’esistenza dignitosa nel rispetto del pianeta. Una strada

da imboccare al più presto perché la doppia crisi, ambientale e

sociale, non ci lascia più tempo.

 

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