come siamo finiti nella fossa
L’economia mondiale ha deragliato perché da oltre un ven-
tennio è guidata da piloti in stato di ebbrezza. L’ubriacatura
neoliberista: niente Stato, il mercato totalmente libero di se-
guire l’istinto predatorio. Alla fine l’auto ha sbandato, è finita
fuori strada ed è rotolata giù per la scarpata. Ma era prevedi-
bile: quando si guida in maniera spericolata l’incidente è ine-
vitabile.
I giornali hanno imputato la crisi a scelte bancarie azzardate,
ma questa è solo l’ultima parte della storia. Se vogliamo ca-
pire cosa è successo dobbiamo ripartire dalla globalizzazione.
Siamo a fine anni Ottanta, le multinazionali scalpitano per
uscire dai confini nazionali, rivendicano la possibilità di poter
collocare i loro prodotti da un capo all’altro del mondo senza
vincoli di sorta. Tramano, brigano, sbraitano, e ce la fanno a
raggiungere il loro obiettivo, ma poi scoprono che il grande
mercato mondiale non esiste: solo il 30-35% della popolazione
terrestre ha i soldi in tasca per assorbire i loro prodotti, tutti gli
altri sono inutile zavorra. Finisce che tante imprese cercano di
contendersi pochi clienti, si lanciano in una concorrenza fero-
ce basata anche sulla riduzione dei prezzi. Alle imprese interes-
sa il profitto, se sono costrette a ridurre i prezzi si ingegnano
per ridurre anche i costi, così il lavoro finisce sotto attacco. Nei
settori ad alta tecnologia la strategia prescelta è l’automazione,
negli altri settori si opta per il trasferimento della produzione
nei Paesi a bassi salari. Emerge un nuovo mondo contrassegna-
to da un Sud affollato da lavoratori in semischiavitù e un Nord
con un crescendo di disoccupati e lavoratori precari malpa-
gati. Il risultato è una classe lavoratrice mondiale più povera,
ma i padroni si fregano le mani: dal 2001 al 2005 la quota di
ricchezza mondiale finita ai profitti è cresciuta dell’8%. Il che
ha due conseguenze. Prima di tutto l’esplosione della finanza,
un effetto dovuto alla sfiducia dei capitalisti nella capacità di
vendita del sistema. Il loro ragionamento è semplice: quando
la massa salariale scende, le prospettive di vendita si riducono
e diventa inutile investire in nuove attività produttive. Meglio
buttarsi nella speculazione, l’arricchimento tramite l’azzardo,
la compravendita di immobili e titoli, non importa se veri o
fasulli. L’importante è stare al tavolo del gioco, portare a casa
soldi ad ogni puntata. Poi si vedrà.
La seconda conseguenza è l’esplosione del debito: quando le
buste paga si fanno leggere, il rischio è che non si chiuda più il
cerchio fra ciò che si produce e ciò che si vende. Per ritrovare
stabilità servirebbe una più equa distribuzione della ricchezza,
ma al sistema questa prospettiva non piace: finché può, rinvia
la decisione con rimedi tampone, cerca la quadratura del cer-
chio nell’indebitamento. A ogni angolo di strada banche, isti-
tuti finanziari, concessionarie, supermercati, pronti a offrire a
poveri e meno poveri, mutui, acquisti a rate, prestiti al consu-
mo: il sogno di una vita al di sopra delle proprie possibilità a
portata di mano. Ovunque le famiglie hanno abboccato.
In Italia nel 2008 il debito totale delle famiglie corrispondeva
al 70% delle loro entrate annuali, qualcosa come 16.000 euro
a nucleo. Tuttavia il Paese dove le famiglie si sono inguaiate di
più sono gli Stati Uniti, l’attrattiva è stata l’acquisto della casa.
Nell’euforia degli affari sono stati offerti mutui anche a fami-
glie economicamente deboli, mutui inaffidabili presi a base
di complesse attività speculative che hanno coinvolto banche,
assicurazioni, fondi d’investimento, fondi pensione. Tutto è fi-
lato liscio finché i tassi di interesse sono rimasti bassi, le case
hanno continuato a rivalutarsi, ma quando c’è stata l’inver-
sione di tendenza, molte famiglie non ce l’hanno più fatta e
l’intero castello è crollato. Sono cominciati i primi fallimenti
bancari, più nessuno si è fidato dell’altro, l’intera attività cre-
ditizia si è paralizzata per mancanza di fiducia reciproca, ban-
che ed imprese hanno cominciato ad annaspare per mancanza
di fondi. In fondo la finanza è più psicologia che scienza.
Col manifestarsi della crisi finanziaria, anche il marcio di fon-
do è venuto a galla: intere economie si sono inceppate per l’in-
capacità dei consumi di assorbire la produzione. A fine 2008
il sistema ha dovuto ammettere lo stato di crisi ed ha chiesto
ai governi, gli unici con carroattrezzi adeguati, di interveni-
re. Con un unico obiettivo: tirare l’auto fuori dalla scarpata e
rimetterla in condizione di riprendere la sua corsa. Per risol-
levare banche e imprese sono stati stanziati miliardi di euro, a
forza di strattoni, probabilmente l’auto verrà tirata su e sarà
rimessa in carreggiata. Ma ci sono forti dubbi che possa ri-
prendere a correre perché nel frattempo anche la strada si è
gravemente danneggiata: a forza di passarci si sono formate
buche ovunque, in molti punti il ciglio è franato, se l’auto pre-
tende di correre si fracasserà. L’unica possibilità è rallentare,
dotare l’auto di ammortizzatori più solidi, mettere alla guida
un autista più prudente. Fuor di metafora, le risorse si stan-
no assottigliando, il clima sta impazzendo, le tensioni sociali
si stanno aggravando. Per evitare il tracollo dovremo passare
dall’economia della crescita, all’economia del limite, dall’eco-
nomia del cowboy all’economia dell’austronauta, ma anche
dall’economia della precarietà all’economia della sicurezza,
dall’economia dell’avidità all’economia dei diritti. Potrem-
mo chiamarla economia del benvivere o economia del rispetto,
un’economia equa, sostenibile e solidale, capace di garantire a
tutti un’esistenza dignitosa nel rispetto del pianeta. Una strada
da imboccare al più presto perché la doppia crisi, ambientale e
sociale, non ci lascia più tempo.
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