Per coniugare sostenibilità, piena occupazione e diritti per tut-
ti, ci vogliono tre capovolgimenti: politico, culturale, organiz-
zativo. Da un punto di vista politico si tratta di ridefinire i per-
corsi preferenziali dell’economia: pubblico o privato? locale o
globale? grande o piccolo? lento o veloce? accentrato o diffuso?
La sensazione è che il benvivere richieda più solidarietà meno
mercato, più locale meno globale, più autogestione meno de-
naro, più collettivo meno privato. Ma l’esperienza ci aiuterà a
stabilire se questa intuizione è corretta.
Da un punto di vista culturale bisogna essere disposti a rivede-
re il nostro modo di concepire i grandi temi dell’economia: il
benessere, la scienza, la tecnologia, la natura. Ad esempio dob-
biamo convincerci che il lavoro è un falso problema. La nostra
aspirazione non è faticare, ma garantirci cibo, alloggio, salute,
istruzione e tutte le altre necessità della vita. Nel sistema mer-
cantile il solo modo per soddisfare i nostri bisogni è attraverso
l’acquisto, e poiché questa pratica richiede denaro, viviamo il
lavoro come una questione di vita o di morte. Ma se trovassi-
mo il modo di garantirci le sicurezze senza pagarle, potremmo
infischiarcene del lavoro salariato e della crescita.
La dipendenza dal denaro è un problema anche in ambito
pubblico. Oggi l’economia pubblica è legata a doppio filo alla
crescita perché per funzionare ha bisogno di soldi, per otte-
nere soldi ha bisogno di un alto gettito fiscale, per garantirsi
un alto gettito fiscale ha bisogno di un’economia che cresce.
Ancora una volta il problema è il denaro e ancora una volta
la soluzione è sbarazzarsene. Liberiamo l’economia pubblica
dal denaro e la liberemo dalle catene dalla crescita. Ecco un
esempio che mostra la necessità di affrontare la terza grande
trasformazione, quella di tipo organizzativo.
Cambio di strategie, cambio culturale, cambio organizzativo,
trasformazioni possibili solo se ricominciamo da capo, se ri-
partiamo da alcune domande di fondo: per chi e per che cosa
deve essere organizzata l’economia? per i mercanti o per la
gente? per l’avere o per l’essere? per il privilegio di pochi o i
diritti per tutti? nel rispetto del pianeta o in un’ottica di sac-
cheggio? Se la risposta è che l’economia deve essere organizza-
ta per la gente, allora dobbiamo ripensare l’assetto economico
a partire dai bisogni. Come sarà affrontato meglio a partire da
pagina 42, i bisogni si dividono in due categorie: i bisogni fon-
damentali e i desideri. I primi sono diritti da garantire a tutti
perché attengono alla dignità umana. I secondi sono optional
lasciati alla discrezione di ognuno perché attengono ai gusti e
alle esigenze personali. Di conseguenza i diritti appartengono
alla solidarietà collettiva, i desideri al mercato. Dal che si con-
clude che l’economia deve essere organizzata distinguendo gli
obiettivi dagli strumenti. Non lo stesso strumento per tutto,
ma per ogni obiettivo lo strumento più appropriato. Esatta-
mente come fa il falegname. Nella sua cassetta ha la sega, il
cacciavite, il martello. Quando deve tagliare una tavola usa la
sega. Quando deve ribattere un chiodo usa il martello. Quan-
do deve smontare un mobile usa il cacciavite. Non usa il mar-
tello per tutto, altrimenti non sarebbe un falegname, ma uno
sfasciamobili impazzito.
Nell’economia capitalista le cose non funzionano così perché
il mercato è stato elevato al rango di dogma. È lo strumento
principe, il toccasana per tutte le situazioni, il perno attorno al
quale ruota l’intera economia. È il tiranno da cui tutto dipen-
de: il nostro lavoro, il nostro salario, il buon funzionamento
dell’economia pubblica. In conclusione è come se avessimo
costruito un palazzo che poggia su un unico pilastro.
Una dipendenza assurda e pericolosa non solo perché ogni
volta che dobbiamo costruire una nuova stanza, dobbiamo
sprecare cemento per rinforzare il pilastro portante, ma so-
prattutto perchè se il pilastro crolla, viene giù l’intero palazzo.
In periodo di recessione tocchiamo con mano che la crisi non
rimane confinata al mercato ma si estende all’intero sistema:
i consumi si contraggono, l’occupazione crolla, i servizi pub-
blici traballano.
Questa pericolosa dipendenza non è dovuta a una legge di
natura, ma alla prepotenza dei mercanti che hanno imposto
all’intera economia di strutturarsi attorno ai loro interessi.
Dopo otto secoli di colonizzazione ci siamo infarciti di cultu-
ra mercantile, ragioniamo solo in termini di soldi, calcoliamo
la ricchezza nazionale solo in termini di merci, non imma-
giniamo altro spazio economico se non il mercato e la com-
pravendita. Il nostro pensiero è diventato a senso unico: non
concepiamo altri atteggiamenti se non l’avidità, il tornaconto
individuale, la ricerca del profitto. Valori come dono, gratuità,
amicizia, solidarietà sono dimenticati, addirittura derisi, roba
da ragazzini che frequentano la dottrina. Perfino il ruolo della
politica è cambiato. Un tempo il suo compito era gestire la
cosa pubblica nell’interesse dei cittadini. Oggi il suo compito
è sostenere il mercato, garantirgli spazi di crescita, concedergli
di funzionare senza vincoli se non il falso rispetto del suo co-
dice d’onore che poi si riassume nella concorrenza. Il mercato
è sempre assolto, giustificato, sorretto, anche quando mette a
rischio la stabilità del sistema in nome dell’avidità. Ne abbia-
mo avuto una prova con la crisi finanziaria del 2008: i governi
di tutto il mondo hanno sborsato centinaia di miliardi di euro
per sostenere le banche a rischio di fallimento per avere gestito
i soldi dei propri clienti come giocatori di poker. E neanche un
manager è stato processato.
L’unica strada per liberare la nostra vita privata e l’economia
pubblica dalla crescita si chiama autonomia. Non dobbiamo
più concepire l’economia come un palazzo costruito su un
unico pilastro, ma come un villaggio formato da tante casette,
l’una totalmente indipendente dall’altra, ciascuna con i pro-
pri generatori di corrente, il proprio pozzo dell’acqua, i propri
magazzini. Se per caso un edificio crolla o anche solo rimane
al buio, gli altri rimangono indenni e possono continuare a ga-
rantire un alloggio sicuro. Ed ecco comparire l’economia delle
tre casette: quella del fai da te, quella della solidarietà collettiva,
quella dello scambio mercantile. Ciascuna con i propri ruoli,
la propria autonomia, i propri meccanismi di funzionamento.
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